Antonio Pellati
     
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IL TORNEO

Ora son bucce, topi, escrementi
ma in questa piana battuta dai venti
ieri le urla volavano alte
sangue e cavalli, lance e guerrieri
zolle di terra, pezzi di scudo
ora è il terreno, solido e muto
che della gran folla sente l’assenza.

Era il torneo terribile e strano
pieno di nobili, armi e cavalli.
Eran venuti da molto lontano,
una gran folla di servi e scudieri,
saltimbanchi, dame e stranieri,
povera gente, ricchi e straccioni
tutti all’editto ligi e obbedienti.


Venne il gran giorno, giorno di sole.
Tante le tende e grande il mercato.
Piena la chiesa di gente in preghiera,
gran nobili assorti e noi contadini
con gli occhi sgranati di cose mai viste:
bellissime dame dalle vesti sgargianti
possenti guerrieri di acciaio vestiti.

Finita la messa poi tutti alla piana.
Cavalieri in parata con armi da guerra,
la folla che acclama, bandiere e colori,
sfilano, scartano e vanno all’avvio.
Giù le celate, abbassate le lance
il suolo che trema tra zoccoli e ferro
forti e pesanti si abbattono in terra.

Terribili e alte si levan le mazze:
schegge d’acciaio, di scudi sbeccati
volano in alto tra sangue e sudore.
Quando con l’ascia e quando di spada
il colpo s’abbatte sulle forti armature,
sovrastante si ode del ferro il rumore
e dei forti campioni lo sforzo e il dolore.

Ieri l’eroe dal duca è stato premiato.
Oggi benedice gli infermi il prelato
tra le tende e la gente che sta partendo.
I guerrieri senz’armi, chi pesto e malconcio,
con scudieri e compagni si congedan pei prati:
di questa contesa, per noi della plebe,
son solo memorie e fosse, dopo la siepe.

Domani

L’olivo lotta col silente passare del tempo
e si piega e vive
e le sue forme mute, contorte,
tendono al cielo,
ben sapendo che dalla terra
arriva la vita.
Siccome foglia vissuta
e a terra marcita
sta l’anima mia.
Nuova fonte di vita
per chi un giorno su me,
fermando il suo sguardo,
crescerà le sue radici.
Fa che alto sia il suo fusto
fa che lunghi siano i rami
fa che tanti siano i frutti
e che mi ricordi anche domani.

Magica notte

Accadde una magica notte,
tanti anni son passati d’allora.
Le stelle brillavano forte
con la luna e i pianeti lassù.
Vicino ad un parco dormiente,
testimone un cartello stradale,
è iniziato il gran gioco
che ci ha portati fin qui.
Le mura che vedi
l’amore che senti
tutto quel che accadrà
è partito da lì.
E lui, tolto il dito di bocca,
con negli occhi la vita
e la voce sognante di già:
“E poi?…”

Poi la vita riprese
dopo l’attimo incerto
coi colori più vivi
con le dita intrecciate
i progetti più grandi
e le liti più nere.
Il mondo ci parve
una piccola cosa,
e allungammo le mani
per prenderlo noi.
E lui, tolto il dito di bocca,
con gli occhi socchiusi
e la voce del sonno:
“Ancora…”

Qualcuno ci disse
la meta qual’era,
arrivata l’estate
siamo ancora in cammino.
Se tu volgi lo sguardo
del nostro lungo vagare
le orme lasciate vedrai
or vicine or lontane
e alle volte profonde:
era quando il bagaglio
era colmo di guai.
E lui, tolto il dito di bocca,
con gli occhi ormai chiusi
sogna noi che ridiamo
e giochiamo vicino.




Confronto

Il fuoco acceso crea
spire di fumo
ma la grande sala ancora vive.
Forte il signore ride e comanda;
grida di servi e risa di invitati.
Festa stanotte per la caccia di domani
e il vino corre con la fantasia.
Imprese di guerra mai viste ma vissute
per chi le racconta, come fosse ieri:
“Armato d’una fionda d’osso,
presa la mira, forte tirai.
Il sasso nell’aria
fischia preciso
e il forte nemico
giace a terra steso.
Squarciato poi gli ho il ventre
colla mia forte spada
rompendogli tutta l’armatura”
Gonfia il petto
e mostra la sua forza
a chi non crede
a tanta vanteria
mentre paggi e scudieri
sognano tanta gloria
e quello che faranno
i cavalieri di domani

La luce accesa crea
ombre col fumo
di molte sigarette accese.
Forte la radio canta e suona
qualcuno sta giocando a carte.
Ansia stanotte per l’attacco di domani
e la paura insegue la fantasia.
Imprese di guerra non viste ma vissute
da gente mandata al macello.
“Armato d’una fionda d’acciaio,
presa la mira, il grilletto tirai.
Il piombo nell’aria
fischia deciso
e l’ignaro nemico
giace a terra steso.
Squarciato gli ho la fronte
col mio colpo di fucile
staccandogli dal capo l’elmetto”
Si stringe nelle spalle
e mostra la sua paura
di dormire e sognare
cosa accadrà domani.


Una favola

Il mostro guardava la pianura
mentre il cavaliere senza paura
in groppa al suo destriero lucente,
col cuor sicuro del vincente,
lancia in resta,
divorava la pianura,
attraversava la foresta.
Correva come il vento
in gara col pensiero.
Correva,
come solo il suo cavallo poteva.
In fondo alla sua corsa
lo aspettava la gloria, la fama.
In fondo alla sua corsa
lo aspettava la morte, la lizza.
In fondo alla sua corsa
lo aspettava il mostro.
Enorme, forte, repellente,
guardava il cavaliere
senza capire niente:
aspettava la sorte,
poteva essere la vita,
poteva essere la morte.
Non aveva fretta, non poteva fuggire:
per lui era il cavaliere che doveva morire.
E il cavaliere correva nel tramonto,
correva nella notte, senza essere stanco,
senza rallentare, spronando al fianco
il suo cavallo senza confronto,
saltando le ombre ed i fossi
le paure del buio e i solchi più grossi.
Garriva al vento il suo stendardo,
il suo pennacchio ed il mantello.
Nel suo cuore un pensiero testardo
sul suo scudo una croce e un castello.
Il terzo giorno all’alba
arrivò di fronte al mostro.
Il terzo giorno all’alba
ricordò l’ultima prece al chiostro.
Il vento e le cose parevano
sopite, forse sapevano
qual’era lo sforzo vano.
Rimasero a guardarsi per un istante,
il mondo si era fermato:
il momento era venuto.
Il cavaliere si lanciò luccicante
per l’acciaio ed il sudore
con il cavallo ansante,
facendo tacere il cuore.

Il mostro si rizzò quasi al cielo,
enorme, pieno di furore.
Che cos’è la vita?
Che cos’è l’onore?
La lotta fu feroce, immane.
Il polverone ed il sangue li accecava.
Durò due giorni, senza fame
se non di carne, senza sete
se non di sangue, li accecava
l’odio e la paura, la rabbia e la bava.


Vinse il mostro.
Era lui il più forte.
Morto il cavallo, morto lo sperare
di uscirne vivo, il cavaliere
non poté fare altro che continuare.
E il mostro consumò il suo pasto
e si risdraiò al suo posto.
Già dal fondo della pianura
ricompariva un cavaliere senza paura.
Galoppava incontro al vento
che gli portava le urla dello scontro.
Il mostro lo guardava avanzare,
senza espressione.
Lui era la belva
e non aveva paura.
Lui aspettava quelli che andavano alla ventura.

Storia di lupi

La notte era oltremodo gelida. La luna alta illuminava a giorno il paese disteso in cima al monte. La neve rifletteva la luce dando dei riflessi spettrali. Tra le strade deserte si aggirava il grosso lupo che il freddo e la fame aveva spinto tra le case in cerca di cibo. Il suo piccolo branco era rimasto alle porte del paese, timoroso. Era la prima volta che si trovavano a cercare cibo così vicino all’uomo e lo avevano lasciato avanzare da solo. L’odore dell’uomo era forte e il lupo era nervoso. Camminava al centro della strada principale tra le case di pietra, sulla neve che alle volte gli arrivava alla pancia e lo costringeva a muoversi a balzi. Alle volte la neve era così calpestata e gelata che quasi scivolava. Ogni pochi metri si fermava ad annusare l’aria. Sentiva l’odore dell’uomo sempre più forte ma altrettanto forte sentiva odore di cibo, di caldo, di cavalli, di pecore e galline. La fame lo costringeva ad avanzare, la paura ad essere guardingo. I suoi occhi scrutavano negli angoli bui, le orecchie tese cercavano di percepire il più piccolo rumore. Nella notte chiara si sentiva solo il vento che ogni tanto si alzava leggero e rendeva la notte ancora più fredda. Ad un tratto, passando davanti ad una porta, l’odore del cibo gli arrivò così forte che quasi uggiolò dalla fame. Si accostò e annusò profondamente cercando di sentire ogni odore e rumore.

Era così teso tra la fame e la paura che vide praticamente l’interno: nella stanza dormivano due adulti e quattro cuccioli. Avevano mangiato una minestra di legumi con ciotole e cucchiai di legno. Il fuoco era ancora acceso nel camino, i pagliericci erano coperti da pelli e stracci di lana. Con uno scarto si allontanò silenzioso e sospettoso. Attraversò una strada e si fermò vicino a una casa in attesa fiutando l’aria. Il muro della casa riluceva coperto dal ghiaccio. Un refolo di vento gli sollevò il pelo e gli portò l’odore di una pecora. Camminò a balzi verso l’odore che si perse subito appena cessato il vento. Ma ora sapeva che poteva trovare qualcosa da mangiare. Continuò ad avanzare verso il fondo della via. L’odore dell’uomo era ancora più forte e questo lo rendeva ancora più prudente. Ormai si sentiva lontano dal branco. Qualche lupo più anziano si era addentrato per qualche metro ma si era fermato incerto annusando l’aria e osservando il capo branco che si addentrava nella via. A quel punto la femmina del capo branco avanzò circospetta sulle orme del maschio e il resto del branco avanzò ancora qualche metro all’interno del paese in completo silenzio scrutando gli angoli bui. Il capo branco si avvicinò a un portone annusando e ascoltando attentamente. Era il portone della casa di un benestante, all’interno vi era un porticato con un giardino e una fontana gelata che rifletteva la luce della luna come un lampadario di vetro. Si allontanò verso il successivo portone che era della chiesa. L’odore di uomo era mescolato a quello della cera, delle panche di legno, dell’incenso e passò oltre senza avvicinarsi troppo. La femmina continuava a muoversi sulle orme del maschio a una certa distanza, il resto del branco era riluttante e si muoveva solo di qualche passo tenendo d’occhio la coppia. Il lupo passò davanti un’altra porta. Era la casa di un contadino che dormiva in una stanza con tutta la famiglia. Il lupo sentì l’odore del fuoco ancora acceso, del resto della zuppa di farro nel paiolo sulla tavola, dell’uomo e i suoi cuccioli che dormivano in un unico pagliericcio avvolti tra pelli e stracci di lana, della stalla con due mucche e un asino che stavano oltre una porta chiusa da un uscio leggero e sconnesso. Andò oltre tentando di aggirare la casa e alla porta successiva sentì di nuovo l’odore della pecora. Era chiusa in una specie di ripostiglio della casa che dava all’esterno. La porta era leggera ed era chiusa con una tavoletta che ruotando si incastrava in un’asola dello stipite in pietra. Il lupo si appoggiò alla porta con le zampe intanto che sentiva che nella camera al di là della porta non c’erano uomini. La femmina capì che era stato trovato qualcosa e si affrettò a raggiungere il maschio. Il resto del branco divenne attento e cominciò ad avvicinarsi, pronto ad intervenire nonostante il pericolo.

Il lupo raspò sulla porta e mosse il paletto: la porta si aprì verso l’interno. I due si slanciarono nel buio mentre la pecora, che si era accorta di quanto stava per accadere, iniziò a belare terrorizzata. Al secondo belato il lupo aveva trovato la sua gola e l’aveva atterrata impedendole di fare altri rumori. I due lupi cominciarono a mangiarla mentre ancora scalciava nell’agonia. Il resto del branco capì che era stato trovato del cibo e corse seguendo le impronte della coppia dominante. I lupi entrarono nella camera secondo l’ordine gerarchico del branco per mangiare. In quel momento, nel silenzio quasi assoluto, interrotto da leggeri ringhi che i lupi emettevano per richiamare gli altri al rispetto del proprio rango, si sentì il latrato di un cane. Cominciò quasi incerto e poi rabbioso fino a rimanere senza fiato. Immediatamente presero a latrare tutti i cani del paese, chi perché aveva sentito l’odore dei lupi e chi perché gli altri abbaiavano. I padroni tentarono dapprima, presi dal sonno, di zittirli; poi ascoltarono sorpresi il tipo di latrato cattivo e particolare, si alzarono, la maggioranza di loro già vestiti, e si affacciarono alle porte con lampade a olio e rami accesi presi dal camino. “I lupi!!” gridarono quelli che si affacciarono sulla via e videro il branco. Il grido si sparse immediatamente per il paese di casa in casa. Gli uomini si finirono di vestire di corsa, presero forconi, falci, roncole, rami e fiaccole accese e si buttarono fuori casa per cacciare i lupi. “Qui, qui, sono da questa parte!” gridarono quelli più vicini. I lupi appena videro i primi uomini affacciarsi dalle porte con le torce si lanciarono sulle proprie orme per uscire dal paese. Gli uomini accorsero verso il luogo dove era la pecora. Uno di questi dal fondo della via tirò una freccia verso il capo branco che stava scappando per ultimo e lo mancò di pochi centimetri. Quando fu pronto per tirarne una seconda ormai i lupi erano fuori vista. Gli uomini si raccolsero davanti la porta aperta della piccolissima stalla a commentare i fatti. Alcuni presero in giro quello che aveva sbagliato il colpo chiedendogli se si sentiva mancare qualcosa dalla tasca. Lui rispose “Non vi preoccupate, riuscirò a guadagnare gli augustali che ho perso stasera” L’editto parlava chiaro: per chiunque avesse ucciso un lupo sarebbe stato pagato un quarto di augustale. Gli uomini si rammaricavano di aver perso un’occasione simile e commentavano la perdita della pecora e l’abilità dei lupi dimostrata nell’apertura della porta.

I commenti passarono rapidamente dall’idea di fare una battuta di caccia al lupo a racconti di prodezze compiute dai lupi. A poco a poco i racconti presero a ingigantirsi e si sentirono ben presto storie di lupi che avevano assalito e divorato un viandante, tre viandanti, una carovana, erano entrati in una casa e si erano mangiati un bambino, due gemelli, una famiglia intera. L’iniziale baldanza andò scemando e quindi il sonno cominciò a farsi sentire per cui un po’ alla volta cominciarono a salutare e a dirigersi verso casa. Il proprietario della pecora si portò i resti in casa maledicendo il momento in cui aveva deciso di lasciarla nel ripostiglio esterno, ma si consolò con la moglie dicendole che forse era meglio così perché con quello “stratagemma” aveva salvato la famiglia dall’assalto dei lupi che sarebbero senz’altro entrati in casa e li avrebbero mangiati tutti nel sonno. Per sicurezza quella sera appoggiarono la tavola contro la porta e si rimisero a dormire. Fuori la luna splendeva alta nel celo continuando a rendere irreale il paese innevato.
Il capo branco con tutti i lupi del branco guardarono a lungo il paese illuminato da una vicina altura annusando l’aria. Poi il capo branco ululò con la sua femmina e gli altri lupi ulularono a loro volta riempiendo la notte di richiami.
Il paese rabbrividì nel sonno.


Il perché di questa mostra

Scrivo poesie, racconti e articoli dall’ormai lontano 1978. Ho cominciato dopo un intenso studio di materiali tecnici (mi ero appena diplomato “Perito in meccanica di precisione” ) che mi aveva portato molto lontano da una concezione umanistica del mondo e mi sono ritrovato a cercare una dimensione più equilibrata della mia cultura. Ho cominciato con lo scrivere un raccontino, poi un altro, poi una poesia e così via. Dopo un po’ mi sono messo a studiare metrica e a scrivere sonetti, a studiare scrittura creativa per scrivere racconti migliori. La poesia è un’arte che mi appassiona particolarmente. Ogni artista utilizza la propria arte per comunicare un messaggio. Immaginiamo di vedere una bella casetta in una valle, col sole che tramontando risalta il colore dei muri e del tetto. Se voi siete presenti in quel momento e avete degli amici intorno, sicuramente vi verrebbe di invitarli a notare quello che a voi colpisce o piace in quel che state vedendo, tipo “Guarda che bel colore quel tetto!”. Sarebbe una cosa naturale e lo avete fatto sicuramente molte volte. L’artista fa lo stesso con la sua arte. Un pittore nel dipingere quella scena metterebbe l’accento proprio sulle cose che l’hanno colpito. Uno scrittore cercherebbe di descrivere la scena in maniera da esaltare le cose che vuole che il lettore “veda”. Rispetto a una fotografia (ma anche quella è un modo di mostrare qualcosa allo spettatore) un artista cerca di far arrivare al suo pubblico quel qualche cosa che lo ha colpito e di cui vuole far partecipe gli altri. La poesia in particolare usa i termini della lingua del poeta irrigimentati in una serie di regole riguardanti la lunghezza delle frasi, l’alternarsi delle rime e delle assonanze per fare in modo che il messaggio utilizzi canoni estetici precisi per essere trasmesso. Il poeta si trova, a differenza dello scrittore, ad essere più imbrigliato nello scrivere e a fare una ricerca delle parole molto più attenta, ma può ottenere un risultato esteticamente più rilevante. Nelle poesie di questa mostra non ho usato la metrica. Da un po’ di tempo a questa parte sto utilizzando un metodo diverso per scrivere le mie poesie. Sto cercando di creare nel lettore delle sensazioni e dei punti di vista utilizzando tutte le “armi” possibili a mia disposizione: termini particolari, frasi più lunghe o più corte, rime particolari, assonanze e via dicendo. Questo non è possibile utilizzando la metrica classica che invece impone frasi di lunghezza precisa e rime che seguono schemi delineati. Le mie poesie non sono pensate per essere declamate dal poeta a un pubblico ma per essere lette dalle singole persone del pubblico perché sono predisposte (almeno nei miei intenti) per suscitare nel lettore (quasi fosse uno spettatore di uno spettacolo) l’evocazione di esperienze individuali che, mescolandosi con il messaggio della mia poesia, diano come risultato un’impressione personale. Ovviamente ciascuno di noi quando legge una poesia trae le proprie personali opinioni e impressioni. Diciamo che io tento appositamente di sollecitarle e questo richiede una partecipazione particolare da parte del lettore che spesso per apprezzare gli “effetti speciali” che ho messo in campo è costretto a rileggere la poesia più di una volta. Questo quando non ci sia di mezzo una metafora che potrebbe non essere vista facilmente (Colpa mia! Colpa mia!) dal lettore. Ad esempio nella poesia UNA FAVOLA chi ha scoperto, al di là del semplice racconto del cavaliere in lotta col mostro, che si apprezza superficialmente, cosa intendevo in realtà? Avete mai pensato che tutti noi viviamo una vita intensa sapendo già che alla fine moriremo? Questo potrebbe portarci a una certa apatia, potremmo domandarci “chi ce lo fa fare” evitandoci sforzi considerevoli nel procurarci oggetti frivoli; potremmo limitarci al minimo necessario. Invece noi partiamo lancia in resta ogni giorno rifacendo i letti, pagando un mutuo trentennale per la nostra casa, creandoci una famiglia, aiutando gli altri. Ognuno di noi incontrerà il suo mostro, alle volte più d’uno, e lo affronterà sicuro di vincerlo nonostante non ci siano tracce matematiche che riusciremo. Spesso vincerà il mostro. Ma noi siamo disposti a ricominciare, determinati a sconfiggerlo. E questo, secondo me, è la nostra magia di essere uomini che ho voluto mimetizzare in questa poesia. Spero che il fatto che abbia vinto il mostro (dove nelle favole “vere” è il cavaliere che solitamente vince!) vi abbia fatto sospettare che c’era sotto qualcosa… Ad ogni modo avete la possibilità di rampognarmi per avervi nascosto tutto ciò scrivendo le vostre impressioni sul libro delle firme!
Questo in altre parole è un invito a rileggere queste poesie, vi lascio la possibilità di vedere con i vostri occhi quanto altro ci possa essere sotto metafora. Vi indico solo che quando nella novella STORIA DI LUPI scrivo “due adulti e quattro cuccioli” non mi sono sbagliato, intendevo farvi calare nel modo di vedere la cosa dal punto di vista del lupo…
A mia sorella Elisabetta, maestra orafa e pittrice affermata, questo mio modo di coinvolgere il lettore è piaciuto moltissimo tanto da voler organizzare questa mostra (non lasciatevi ingannare dal fatto che la colonna portante sia quello che ho scritto: è lei la bravissima organizzatrice della mostra). Lasciandosi coinvolgere come lettrice ha illustrato, con mirabile perizia, le poesie e la novella scelte per la mostra presentandovi il suo punto di vista sui vari passaggi che l’hanno colpita come artista.
Ne è uscito quanto potete vedere in questa mostra che a mio dire è veramente molto estetica.
Il traduttore, Fabio Minissi, nel cercare di trasporre nella versione inglese il senso di quanto ho scritto (cosa davvero non facile visto il tipo di tecnica che uso) a sua volta è stato così interessato che ha utilizzato la sua arte (lui è musicista) per fare una musica per ogni opera che ha tradotto.
Nello svolgere questo lavoro ci siamo accorti che nonostante ci sia un rifiorire di mostre d’arte in questi ultimi tempi in ognuna di queste manca un elemento a nostro vedere fondamentale: la spiegazione. Si dà cioè per scontato che chiunque visiti una mostra sia in grado di apprezzare appieno quanto l’artista abbia espresso. Se è vero che per grandi artisti del passato si è potuto leggere, vedere spettacoli e documentari dedicati tanto da sicuramente aver assorbito molti dati (chi non conosce artisti del calibro di Michelangelo o Leonardo?) non è detto che il visitatore debba per forza conoscere tutto dell’arte e tutti gli artisti. Per questo abbiamo voluto concludere con questo scritto. A noi piacerebbe che il visitatore di questa mostra dopo aver letto, visto e sentito, possa aver colto qualcosa di nuovo.
Con queste motivazioni modificheremo i nostri siti (www.antoniopellati.it e ww.elisabettapellati.it) in modo da poter continuare questo discorso tra artista e visitatore.
Tornate a trovarci lì, vi terremo aggiornati sui nostri prossimi impegni e vi forniremo nuovi punti di vista con cui guardare le mostre d’arte.


Antonio Pellati